Senegal Rek
Capitolo 6 - Finale della CAN
Ben prima del fischio d’inizio fissato per le 19 del 18 gennaio 2026, la finale della Coppa delle Nazioni d’Africa (CAN) a Rabat si preannuncia sentitissima. La parola più utilizzata per le strade di Kaffrine e di tutto il Senegal è Senegal Rek, letteralmente “solo il Senegal”.
Dal caldo giardino di casa nostra, dove sembra sempre di essere chiusi in una bolla tutta italiana, fatta di glutine e chiacchiere all’ombra dell’ultimo sole, non sentivo lo strepitio della gente. Per alcune partite capita, è il potere del calcio. Per le strade di Roma o per quelle di Dakar, poco importa, vi sono giorni che non trasudano quotidianità. Assomigliano al Natale, al Tabaski, al Kumbh Mela, al Vesak. Insomma avete capito, quei giorni cui l’aria è impregnata d’attesa, tutto si ferma. Anche chi è obbligato a lavorare lo fa in modo diverso dal solito, con i clienti non si parla d’altro che dell’evento che dopo qualche ora vedrà i teleschermi di milioni di persone colorarsi dei colori del proprio paese. Nel nostro caso specifico: verde-giallo-rosso.
Le strade brulicano di voci, bimbi che giocano per la via principale, commercianti che non smettono di vendere gadget. Dicono che si sono arricchiti parecchio durante questa CAN. Chissà se è vero e quanto durerà la felicità. Per ora però la gente è in estasi, chi con il viso dipinto, chi con i polsini, occhiali, cappelli, bandiere. Io porto la seconda divisa, bianca con un motivo verticale verde e giallo, un bimbo mi dice che sto indietro “c’hai la maglietta dell’anno scorso” direbbe sfacciatamente in romano. Sorride, credo mi stia dando dello scemo. Rido con lui e intoniamo un coro imparato allo stadio qualche mese fa: “Alleluja, […] Senegal”, canzone apertamente cristiana cantata da musulmani. Altri cori dimostrano il contrario. Questo paese è proprio il genere di contraddizione che manderebbe in tilt qualsiasi mente polarizzata. Sono in visibilio.
Non siamo a Dakar o Saint-Luis, siamo a Kaffrine e qui non c’è proprio storia. Siamo gli unici toubab. In formazione strampalata ci dirigiamo verso il piazzale dove centinaia di persone sono già riunite. Siamo tre italiani, un giapponese, una canadese e un beninese. La gente ci guarda di soppiatto, ci fissa, ci indica, ci prende per mano, ci ringrazia. Ancor prima che tutto abbia inizio. E forse sta proprio qui l’inizio della partita dei Leoni della Teranga: la gente ci ringrazia. Ci ferma, ci urla dall’altra parte della strada soltanto per dirci “merci, je suis fier de vous, merci”. Ma di cosa sei fiero esattamente? Perché mi stai ringraziando? Ad ogni passo mi sento realmente ricevuto, è una sensazione che non dimenticherò mai. Potrei soffermarmi per pagine e pagine su riflessioni sul senso di accoglienza dell’estraneo e del rapporto con l’altro[1], ma lo farò altrove, in un altro momento. I protagonisti di questo racconto sono i Leoni della Teranga – dell’accoglienza. È così che si definiscono ed è così che c’è scritto attorno al loro stemma, poggiato laddove il cuore batte a ritmo di jembee.
I tamburi li sentiamo solo quando ci avviciniamo all’arena, tanto è il brusio, tanta la gente che corre a destra e sinistra. Quasi veniamo investiti da pazzi in motorino, tektek si susseguono portando la gente a vedere la partita per il costo di 100Cfa. È già una festa dove generazioni si incontrano. Donne con il velo, donne bellissime, uomini a petto nudo e in tenuta serissima con il tipico boubou, messo soltanto per il giorno del signore (il venerdì) ed eventi importanti, come la finale della CAN.
Passa una mezz’ora e già mi piego in due perché siamo arrivati troppo tardi e non ci sono posti a sedere. Non c’è tempo per lamentarsi, faccio stretching come i giocatori in campo. Inno nazionale, pochi lo cantano. È un inno senegalese? Ha dei ritmi da coloni, devo informarmi. Lo stadio è una bolgia rossa, i tifosi marocchini fischiano dal primo tocco di pallone da parte dei giocatori senegalesi. È un delirio. A Kaffrine il ritmo dei tamburi si attenua fino a spegnersi, tutti sono concentrati, la tensione si taglia con la morbida foglia di bissap.
Il primo tempo si chiude in parità, con due occasioni lampanti per i Leoni della Teranga e una per la formazione di casa a Rabat. Sono match serratissimi. Non vi è un momento di calma a centrocampo, per chi ne capisce qualcosa di tattica ed intensità è interessante, non vi sono spazi, ogni tre tocchi una scivolata irrompe per abbattere l’attacco avversario. I giocatori più tecnici come B. Diaz e S. Mané non toccano pressoché palla. Mi allontano, fumo una sigaretta lontano dalla folla sedendomi per terra sulla sabbia, né una né l’altra azione sono usanze locali. Chissenefrega, ho la schiena a pezzi e di solito mi fumo tre sigarette per tempo. Anche io ho le mie priorità.
Parte il secondo tempo, l’equilibrio dei primi 45’ si ripropone, ma il Marocco è rientrato meglio dagli spogliatoi confezionando quindici minuti di vera spinta. Al 65’ un’enorme occasione per El Kaabi si spegne sul fondo, lì penso “goal mangiato , goal subito”, provo a spiegare questa folle regola del calcio italiano ma il fratello al mio fianco non mi capisce, ancora una volta il brusio dissolve ogni tentativo di razionalità. Che cos’è la razionalità dinanzi al gioco se non un umano tentativo, mal riuscito, di porre dei limiti?
La partita è così bloccata che mi giro verso l’amica italiana dicendole che avremmo dovuto aspettare i calci di rigore. Saccenza, razionalità. All’85’ ecco il risvolto che nessuno si sarebbe aspettato se non i più ferventi tifosi. Calcio d’angolo per i Leoni della Teranga. Il pallone sorvola lentamente l’area, il respiro si ferma, il portiere marocchino non può intervenire, Diouf la rimette in mezzo con un colpo di testa e nella mischia Sarr è il più lesto, altro colpo di testa, si gonfia la rete. Esplode di gioia qualsiasi elettrone nell’aria.
Fermi tutti. L’arbitro ha chiamato un fallo. Tra le mille regole inventate per rendere il gioco più razionale, ecco l’imprevedibilità di chi le interpreta interpreta, il goal è regolare, ma il VAR non interviene. È incredibile come si interpretino in qualsiasi grado di giudizio leggi sull’evasione fiscale, ma nel calcio la decisione sia tranchante, nessuna possibilità di appello. I giocatori stanno per impazzire.
Due minuti più tardi l’intermezzo che non t’aspetti. Altro calcio d’angolo, questa volta per i Leoni dell’Atlante. Diouf si perde la marcatura, tira per il collo Diaz che si lancia in un carpiato olimpionico. L’arbitro questa volta sì, richiamato dal VAR, assegna il calcio di rigore che segnerà generazioni di sportivi. Come fosse scritta dai migliori drammaturgi contemporanei, la CAN si trasforma in una corrida. Sugli spalti, i tifosi senegalesi, conosciuti in tutta l’Africa per il loro supporto incondizionato, pacifico e solidale, non si tengono più, volano sedie. Scavalcate le insegne pubblicitarie di prodotti francesi, si menano con steward e poliziotti.
I giocatori in campo non sono da meno. Anzi, in campo non ci sono più. Richiamati dal loro allenatore filano negli spogliatoi, a Kaffrine la folla esulta. Non capisco che sta succedendo, non ho mai visto una scena del genere. Chiedo mi rispondono che “s’est terminé”. Ma come terminé? Mancavano ancora trenta secondi, un calcio di rigore da battere. Finisse così perderebbero a tavolino.
Trovo il gesto duro, discutibile, forse sanzionabile. Ma non riesco a liquidarlo come follia. È un rifiuto dinanzi a degli errori facilmente sormontabili, soprattutto in occasione dell’azione fermata un secondo prima del goal del Senegal. Stanno scioperando. Indignati si sono allontanati dal terreno di gioco per esprimere il proprio dissenso.
In quei dieci minuti di straordinaria follia ho rivisto anni di geopolitica e comunicazione, in cui ragebaiter utilizzano qualsiasi mezzo per attirare la nostra attenzione digitale e mentale. Pensate a quando bisogna approvare la legge di bilancio e la maggioranza di governo fa dire una cosa fascista ad uno dei suoi esponenti: eccoli i fessi o complici sinistroidi seguire il branco degli insulti nei confronti di chi ancora sproloquia fascistoide.
Ed intanto la legge di bilancio che determina le spese dell’anno successivo, uno degli atti più importanti nella vita politica, è erogata senza emendamenti, senza dibattito sui giornali e senza che el pueblito ne abbia accesso mediatico. Anche se la mossa dell’allenatore senegalese fosse stata un’ardita scelta per guadagnare tempo, ha giocato nel limite del possibile per ottenere scombuglio, aumentare la tensione. All’inferno chi urla all’antisportività senza guardare al contesto. Il calcio come la vita è fatta di momenti, di opportunità e decisione sbagliate, inutile dar la colpa agli altri se quando hai il potere nelle tue mani non fai altro che seguire la massa e riproporre le stesse politiche liberali che determinano i tuoi avversari politici. Dopo giorni di tentativi di avvelenamenti, dopo una partita passata a subire lo stadio, raccattapalle che ricorrono a mezzucci per distrarre, per rubare l’asciugamano benedetto del portiere senegalese, io trovo quei dieci minuti di sciopero una scelta forte e quasi difendibile. Sicuramente non mi permetto di giudicare con un “solo in Africa succedono queste cose”.
Per fortuna sale in cattedra il Presidente. Sadio Mané. Sua eccellenza, forse uno degli uomini più genuini sulla faccia della terra. Richiama all’ordine i suoi compagni, l’allenatore si accoda, finisce lo sciopero. È tempo di cavalcare il destino qualsiasi cosa accada. Anche Sadio e la sua storia meriteranno un capitolo a sé stante. Tutti cantano per lui, cori dedicati raccontano le gesta di un uomo che sin dai primi passi tra i professionisti più pagati al mondo, ha sempre ridistribuito alla sua comunità di Bambali nella regione della Casamance. Cercate, se non conoscete, rimarrete piacevolmente sorpresi.e. In un mondo in cui milionari e miliardari pensano solo a come fottere il prossimo per diventare ancora più ricchi, lui la sua ricchezza la utilizza per costruire scuole, ospedali, stazioni di benzina, campi sportivi, moschee, cibo, vestiti, sacchi di riso.
L’asciugamano benedetto del portiere dei Leoni della Teranga è dietro la porta. Gliel’ha sicuramente benedetto un marabù – guide spirituali senegalesi che si contraddistinguono per diversi aspetti, alcuni buoni altri terribili. A Kaffrine, per il torneo del Sindaco i ragazzi, si incontrano un’ora prima del riscaldamento per andare dal marabù e lavarsi con l’acqua benedetta per togliersi di dosso le maledizioni dei marabù protettori delle squadre avversarie. Figuratevi per la finale della CAN. In quei dieci minuti di rivoluzione figuratevi quanti marabù hanno lanciato maledizioni al possibile tiratore marocchino, chissà chi ha invocato superpoteri per fornire Mendy della freddezza per rimanere fermo al centro della porta. È proprio lì che è finito il pallone. Ja fatto er cucchiaio. Peccato che gliel’ha fatto male. Il calcio è anche questo, sono energie che si intrecciano senza motivo, a cui resta soltanto una spiegazione spirituale. Molti pensano al karma, visto che sono in Senegal seguo la filosofia locale: credo che i marabù abbiano fatto – almeno questa volta - un ottimo lavoro.
Si va ai supplementari, il tempo, che era arrivato a più di 110 minuti nell’angolino del teleschermo, torna al 90esimo. Si riprende per l’ultima mezz’ora di gioco. La partita ormai ha perso ogni senso logico, i senegalesi hanno preso energia grazie agli eventi a favore, i marocchini invece affrontano i primi minuti dei supplementari pesanti, sfilacciati, la paura che finisca male difronte ai 70mila di Rabat è palpabile. Ed infatti l’esterno sinistro cavalca la fascia come se vi fosse un tapis roulant sotto i suoi piedi, vola, colpo di tacco di Sadio, le cosce si irrigidiscono, Pape Gueye calcia di collo pieno in direzione diametralmente opposta, parte un missile terra aria che si incastra alla sinistra dell’impotente portiere. È di nuovo un bagno di folla. Guardo lo schermo aspettandomi altri risvolti negativi, non ve ne sono. Possiamo finalmente cantare.
Nei minuti finali la partita non perde il suo filo illogico. A porta spalancata l’attaccante senegalese la mette sul fondo. Dal possibile 2-0 al possibile 1-1 pochi istanti dopo con la palla che segna per sempre la traversa senegalese. Rivedo il salvataggio di Buffon sul colpo di testa di Zidane nel 2006, sento che la vittoria è vicina.
Lo sentono anche gli amici che abbiamo conosciuto guardando la partita, cominciano a sorridere, lo sentono le stelle. Dopo tre minuti di recupero, l’arbitro si porta il fischietto in bocca, il suono che distrugge sogni e libera la gioia si vibra nell’aria.
Noi non l’abbiamo sentito, ma la città libera i suoi tamburi, e noi, voliamo con lei.
[1] Consiglio la lettura di questo libro: “La conquista dell’America. Il problema dell’altro” di T. Todorov


